Mindfulness Area News

Abbiamo tutti subito ferite e tradimenti. Scegliere di perdonare è un modo per liberare l’angoscia che sorge ancora e ancora dalla memoria di questi incidenti, ma il perdono è spesso un processo lungo e difficile.

Oggi più che mai siamo in grado di vedere il mondo attraverso differenti lenti, sia in senso letterale che metaforico. E anche letteralmente le lenti a disposizione di una fascia sempre maggiore di popolazione sono aumentate: non sto parlando solo di quelle degli occhiali – tema che conosco molto bene – ma anche delle lenti delle nostre fotocamere e dei nostri smartphone.
Sempre più si vedono persone estrarre con disinvoltura il proprio cellulare per scattare fotografie. E sembra caratterizzare un po’ tutti noi, indipendentemente da ciò che facciamo e dalla nostra età.
Solitamente, scattiamo fotografie quando vediamo una scena o qualcosa per noi significativo. Così le foto possono essere un modo magnifico non solo per immortalare il momento, ma anche per condividerlo con gli altri.

La fotografia è di aiuto alla mia esperienza del momento oppure mi fa distrarre e mi porta via dal presente?

Mindfulness e fotografia possono supportarsi a vicenda: insieme contribuiscono a far aumentare il nostro livello di consapevolezza del vedere ciò che è presente, momento per momento.
Il fotografo mindful – chiunque di noi può diventarlo – non è un fotografo esperto o di professione, ma colui che in modo intenzionale sceglie di dirigere l’attenzione a ciò che c’è, mentre ciò sta accadendo (nel momento presente), qualunque cosa sia. Questa è la definizione di Mindfulness di Rob Nairn, insegnante di buddhismo, meditazione e Mindfulness, che possiamo estendere all’argomento che stiamo trattando.
In che modo possiamo fare ciò? Rallentando e diventando pienamente presenti nel qui ed ora.
Scegliendo di rallentare e di diventare dei testimoni di quello che sta accadendo nel momento in cui scattiamo la foto, entriamo in un nuovo spazio, che ci permette di vedere meglio ciò che c’è e anche di più di quello che notiamo di solito.
Ma non solo: riusciamo magari anche a notare i giudizi verso noi stessi, l’avversione, i rimproveri che ci facciamo. In questo spazio maggiormente consapevole, riusciamo gradualmente a prestare attenzione non solo a quello che c’è attorno a noi, ma anche a renderci conto di come stiamo cercando di trattenere, di far durare il più possibile a lungo qualcosa che è effimero, passeggero per sua stessa natura, o di volere che se ne vada, cercando così di dettare le personali condizioni per fare uno scatto perfetto. Uno spazio nel quale è possibile sentirsi in relazione con tutto ciò che ci circonda, sentirsi un tutt’uno con esso: il nostro essere mindful.
La tendenza ad aspettare il momento “perfetto-per-me” per scattare potrebbe, infatti, farci allontanare dal nostro essere un fotografo mindful.
Fotografare, quindi, potrebbe diventare una sorta di allenamento ad accettare l’imperfezione e l’impermanenza. Ricordando che, per ogni momento perso, ci sono altrettanti momenti splendidi che non ci aspettavamo potessero succedere. Quante volte sarà capitato a tutti noi di lamentarci per aver perso l’attimo, immersi nei nostri rimproveri, senza renderci tuttavia conto della bellezza che gli attimi successivi ci stavano offrendo e che non stavamo davvero vedendo e considerando… D’altronde, “la fotografia è l’arte di mostrare di quanti istanti effimeri la vita sia fatta” (Marcel Proust).
Anziché aspettare il momento perfetto – chissà se poi arriverà davvero e chissà se riusciremo ad immortalarlo – potremmo chiederci per quale motivo vogliamo scattare la fotografia, che cosa vorremmo raccontare e magari condividere. E potremmo, una volta scattate le foto, dirigere la nostra attenzione ad osservare e ad apprezzare le foto che trasmettono tutto questo, piuttosto che a lamentarci di quelle che non riescono a farlo.
Riassumendo le caratteristiche del fotografo mindful, la centralità è sul processo e sulle nostre intenzioni. Non è necessario avere una macchina fotografica per rallentare dalla nostra vita quando l’attenzione si posa su qualcosa. E abbiamo tutti la capacità di creare quello spazio consapevole per osservare davvero che cosa vorremmo fotografare, in modo da farla diventare un’azione intenzionale e scegliere così di sentirci un tutt’uno, pienamente presenti a ciò che stiamo facendo, a ciò che stiamo osservando nel momento presente. In questo modo, si stanno allineando i nostri occhi e la nostra mente; stiamo semplicemente diventando più mindful. Stiamo risvegliando così i nostri sensi, che ci permettono di sentirci connessi con il mondo che ci circonda. Come afferma il fotografo Henri Cartier-Bresson, “fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. E’ un modo di vivere”.
Anche limitare il numero delle foto può aiutarci in questo nuovo approccio nel vedere quello che è attorno a noi. La nostra mente viene così allenata a focalizzarsi in modo intenzionale su qualcosa, così come è in quel momento, al di là di qualunque giudizio. Avendo così la capacità di vedere veramente…

Questa foto è il mio racconto di oggi che mi fa piacere condividere con voi!

Rossana Locatelli

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Consigli Mindfulness per gestire ansia e paura

Il paradosso della paura della vicinanza

Ho sentito di una donna che è caduta in strada per una banale storta e, non solo non è stata aiutata da nessuno a rialzarsi, ma ha rifiutato la mano dell’unico passante coraggioso (o incauto) che le si era avvicinato…

Cosa sta succedendo? Possibile che pochi mesi di distanziamento personale ci abbiano già cambiati così tanto?

La risposta ce la danno scienze come la Biologia, le Neuroscienze, la Teoria Evoluzionistica.

Ma andiamo per ordine: immaginate di essere uno dei passanti che assiste alla scena banale e ordinaria di una donna che cade in strada per una semplice slogatura di caviglia. Nel vostro cervello, prima di qualsiasi reazione conscia, si scatena una reazione biochimica fatta più o meno così: l’Amigdala dà un allarme generico, manda un segnale al vicino Ipotalamo e alle ghiandole pituitarie (nel cervello) che a loro volta mandano un rapido segnale alle ghiandole surrenali perchè producano Adrenalina e Noradrenalina e preparino il corpo all’azione. Il sistema digerente rallenta, i muscoli si contraggono, la pressione sanguigna aumenta, i peli del corpo si rizzano, la saliva diminuisce, i vasi periferici si restringono, il sangue è pompato nei muscoli e nel cuore.

Tutto il sistema volge all’azione. Il meccanismo appena spiegato prepara all’attacco o fuga, all’azione in ogni caso, e l’allarme funge da trigger (innesco) per non permetterci di stare in una situazione di potenziale pericolo. Dobbiamo pensare che il sistema che regola la paura e la protezione dai pericoli non è un sistema molto raffinato, è grossolano: se un conspecifico (un altro essere umano) cade, ci sarà un pericolo… solo dopo si può ragionare sulle cause.  Tuttavia ad oggi subentra un condizionamento che vi avverte di un pericolo ben peggiore… e qui cominciano i guai.

L’essere umano è un animale sociale… vuol dire non solo che sta bene in gruppo, ma che in caso di vulnerabilità si salva solo con la vicinanza protettiva di un conspecifico. Quindi mentre voi siete annichiliti dalla paura per qualche istante, la povera malcapitata sta anche peggio:  il suo sistema nervoso non riesce a decidersi se è in pericolo (e allora dovrebbe chiedervi aiuto) o se il pericolo siete voi (e allora dovrebbe fuggire)…Insomma un dilemma evoluzionistico.

Scene di questo genere si ripetono continuamente in questo periodo e denotano l’empasse psicobiologico in cui siamo finiti: abbiamo paura di ciò di cui abbiamo bisogno, il contatto umano.

Questo è un paradosso che ha colpito ogni ambito della nostra vita: 

La famiglia:

Avete saputo che Greta Thunberg si è autoisolata dalla propria famiglia pur non avendo sintomi e non facendo né test né tamponi per proteggerli? Lo hanno fatto anche molti medici e operatori sanitari: esausti e stremati dal lavoro forse avrebbero desiderato un abbraccio di un figlio, marito, amante. E invece no. 

Il lavoro: 

I tempi sono così incerti, la crisi economica alle porte, ma la tendenza è quella di coltivare ognuno il proprio orticello.

La salute e la salute mentale

Una volta passata l’emergenza qualcuno si preoccuperà di veri e propri programmi di prevenzione primaria?

L’educazione:

Se non in casi sporadici non si sta pensando a nuove e creative soluzioni.

Il motivo per cui facciamo cose controintuitive è semplice: stiamo reagendo collettivamente alla paura. Come abbiamo visto ci sono solo due modi di reagire alla paura: attacco e fuga (più uno in realtà… il più estremo: il freezing). Ed ecco che il mondo si divide in due /tre categorie:

  • quelli che si arrabbiano, polemizzano, se la prendono con chiunque perchè loro avrebbero fatto meglio, fino ai complottisti (attacco),
  • e quelli che si isolano, si chiudono o addirittura negano le conseguenze nefaste del virus e dell’emergenza (fuga).
  • Poi quelli così atterriti da sentirsi bloccati o che volonariamente si depersonalizzano passando le giornate in compagnia di serie tv (freezing).

La verità è che tutti (TUTTI) abbiamo paura, o almeno l’abbiamo avuta.

Con le conoscenze che ho sull’argomento posso dire che non usciremo facilmente da questa situazione se non impariamo a CALMARE il sistema nervoso. 

Posso affermare con buona sicurezza che qualsiasi decisione prendiamo in ambito lavorativo adesso avrà ricadute sul nostro avvenire.

Posso dirvi che come nella traiettoria di un aereo uno spostamento di qualche grado oggi avrà ricadute distanti migliaia di Kilometri dalla nostra meta domani.

La paura è un’alleata così come lo è l’allarme di casa.  Una volta che abbiamo controllato ogni stanza dell’appartamento, ogni angolo del giardino,  non possiamo tenere acceso l’allarme h24… i vicini si lamenteranno e noi non dormiremo più, oltreché cesserà la sua funzione di tenere lontani i ladri.

Impariamo a spegnere l’allarme, coltiviamo buone relazioni e uno stato di calma vigile che non comporti l’allerta per ogni piccola cosa… e diamo una mano alle signore che cadono per strada!

Per uscire dal paradosso in cui siamo finiti, cioè per spegnere l’allarme della paura pur rimanendo vigili e cauti, occorrono azioni attive.

 

Di seguito qualche suggerimento:

  • Coltiva azioni di padronanza: paga un conto, termina un lavoro, lava i piatti, finisci un progetto.
  • Pratica Mindfulness: essere consapevoli è calmante di per sé
  • Identifica ciò che è sotto il tuo controllo, lascia andare ciò che non lo è
  • Ricupera le tue relazioni
  • Sii grato per una piccola cosa
  • Usa l’immaginazione

Le azioni suggerite sopra fanno parte di una categoria di azioni in cui è richiesto l’uso di una parte del cervello (la Neocorteccia) il cui funzionamento viene inibito se la paura prende il sopravvento.

Allenarsi a passare da un sistema all’altro non solo si può, ma è consigliabile per ripristinare prima possibile un buon equilibrio neurobiologico e relazionale.

Federica Di Vieste

 

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Come migliorare la comunicazione con la tecnica Mindfulness:

 

Sono entusiasta della “nuova normalità” che ci aspetta dopo la pandemia.

Immagino un tempo in cui siamo immensamente grati per le piccole cose, come le gite in bicicletta con gli amici.

Un tempo in cui prendiamo il tempo per ritrovare i “congiunti”, anche nel mezzo della settimana.

Uno in cui ci abbracciamo strettamente e non siamo i primi a lasciarci andare l’un l’altro.

Un tempo in cui lavoriamo come se fosse una benedizione ed eseguiamo le nostre commissioni come se fosse un privilegio.

Un tempo in cui ci salutiamo con tutto il cuore perché non abbiamo più bisogno di uno schermo per essere visti. Uno in cui non trascorriamo tutta la settimana desiderando il fine settimana, ma apprezziamo ogni lunedì, martedì, mercoledì…perché ogni giorno ci dà l’opportunità di trovare gioia.

Immagino un tempo in cui dedichiamo del tempo a cose che ci rendono vivi, non perché una pandemia ci abbia costretto in casa, ma perché ora sappiamo che nella vita c’è molto più che efficienza e produttività.

Credo che non porremo più l’accento su regali e cose materiali perché abbiamo imparato che l’unica cosa degna di essere celebrata è la presenza.

Immagino ancora un tempo in cui rimuoviamo non solo le nostre maschere fisiche, ma mettiamo da parte la perfezione e abbracciamo l’autenticità.

Uno in cui dedichiamo meno tempo all’avere e più tempo all’essere.

Uno in cui è normale essere grati.

Uno in cui è normale vivere semplicemente.

Uno in cui è normale essere contenti.

Immagino un tempo di un “nuovo normale”… mi piace l’idea.

Come me, anche voi avrete immaginato la nuova normalità. Complici anche i mass media, abbiamo già costruito con l’immaginazione la fase 2 o 3. poi la seconda ondata, poi la terza… poi il vaccino. Poi ne abbiamo parlato. E solo dopo, cioè ora, ci stiamo veramente preparando alla realtà che abbiamo cominciato immaginare.

Suggerimenti Mindfulness per migliorare la comunicazione

La capacità di comunicare messaggi anche astratti è solo umana. Tutto ciò che gli esseri viventi anche molto evoluti nel modo di comunicare possono fare tra loro è trasmettere il presente: invece gli esseri umani possono parlare del passato, del futuro, comunicare i propri sentimenti e persino metacomunicarli.

Avete mai pensato che un delfino non può dire a un altro delfino “mettiamoci d’accordo, vai avanti tu…”.

Oppure riuscite a immaginare un appuntamento romantico per il prossimo venerdì sera tra scimpanzè?

Per quanto la comunicazione tra scimpanzé o tra delfini sia molto evoluta, pare che sia semplicemente basata su messaggi concreti e presenti.

La nostra capacità di comunicare invece spazia dal comunicare messaggi, al fare richieste, al negoziare, al progettare cooperando.

Per l’essere umano è importante costruire comprensione, muovere un dialogo in avanti passo dopo passo, e arrivare a soluzioni che funzionano per tutti gli interessati. Insomma trovare significati. trovare il senso.

Questa è una esigenza e una abilità tutta umana che si riflette nel linguaggio ma anche nelle relazioni. In quanto esseri umani cercheremo il senso al di sopra di ogni cosa e soffriamo se non lo troviamo. Per farlo abbiamo a disposizione una serie di strumenti linguistici e relazionali, dai più semplici ai più complessi, per esempio possiamo far seguire una richiesta a dichiarazione, possiamo fare accordi, possiamo dire e sentire “No”, possiamo costruire mondi e realtà possibili.

Infatti ognuno di noi si è costruito una “nuova normalità”, una aspettativa che probabilmente poi ci ha un po’ deluso, di cui abbiamo parlato con qualcuno e che possiamo sempre cambiare.

Il nostro mondo astratto è come una mappa, ma la mappa non è il territorio, diceva un vecchio detto.

Ognuno di noi ha la propria rappresentazione, la propria mappa, e quando si confronta con qualcun altro dà per scontato che si parli dello stesso territorio.

Ecco dove nascono i problemi di comunicazione e le incomprensioni. Per trovare un senso comune occorre confrontare le nostre mappe. Settare le nostre bussole. A quel punto possiamo fare accordi per trovare un senso comune, che, come abbiamo visto è l’obiettivo supremo dell’essere umano.

Come possiamo confrontare le nostre mappe quindi?

Ancora una volta, la nostra capacità di confrontare le nostre mappe dipende dalla presenza – essere in grado di essere consapevole mentre siamo in relazione, e su intenzione – essere consapevoli della nostra motivazione nel dialogo. Di seguito qualche suggerimento:

  1. Esplora il condizionamento dei conflitti: fai attenzione a come rispondi a differenza, disaccordo o conflitto. Tendi ad ignorarlo (opposizione al conflitto)? cedere o placare (passivo)? Tendi ad “attaccare” (conflittuale)? Fai finta che le cose vadano bene mentre esprimi sottilmente disdegno, rabbia o risentimento (aggressività passiva)? Quando sei collaborativo o assertivo?
  2. Tempi e apertura: fai attenzione a come inizi le conversazioni. Hai ottenuto un accordo verificato con l’altra persona riguardo ai tempi? Sei in grado di iniziare con un’osservazione neutrale per dare loro un contesto / cornice riferimento?
  3. Monitora la tua attivazione: presta attenzione a qualsiasi segno di attivazione. Come ti accorgi se/quando stai diventando reattivo o a disagio? Puoi percepire la tua attenzione nel tuo corpo? Partecipa a qualsiasi momento di relax, respiro o disattivazione.
  4. Stimolazione e pausa: esercitati a rallentare il ritmo di una conversazione con micro-pause, rallentando il tuo discorso un po’ o usando lo strumento empatico della riflessione per garantire che si sta chiudendo ogni ciclo di comunicazione.
  5. Lavora con l’intenzione: esercitarsi a definire un’intenzione prima di una conversazione, e tornare più volte durante la conversazione. Potrebbe essere la basilare intenzione di comprendere (curiosità e cura), o un’altra intenzione come la pazienza, apertura mentale, auto-connessione, richieste chiare o altro: ti sosterrà nel dialogo.
  6. Fare una pausa: se ti trovi in una conversazione che pensi non sia più produttiva, pratica facendo una pausa: a) prima affermando la connessione, e b) quindi esprimendo il desiderio di continuare la conversazione in un secondo momento.

Questo forse ci aiuterà a costruire una nuova normalità condivisa.

Federica di Vieste

 

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